San Daniele del Friuli: un percorso di storia
Le origini di San Daniele del Friuli non sono specifiche, le recenti scoperte archeologiche documentano la presenza umana almeno dell’Ottocento a.C. ma è corretto presumere che già nel 400 a.C. i Celti si stanziarono sul territorio sandanielese perché molto adatto all’allevamento e lavorazione dei suini. Le prime notizie documentate risalgono al 1048.
Un secolo decisivo per il Friuli
Il Quattrocento rappresenta per la Patria del Friuli un secolo complesso e travagliato, segnato dalla fine dell’indipendenza dello Stato Patriarcale e dalle gravi vicende politiche che ne seguirono. Le incursioni turche, nella seconda metà del secolo, frenarono a lungo ogni speranza di ripresa economica e sociale. In questo contesto difficile San Daniele visse una condizione del tutto particolare rispetto al resto del Friuli. Insieme a San Vito al Tagliamento fu infatti “restituita” al Patriarca di Aquileia, costituendo con alcune località limitrofe il cosiddetto Nucleo Residuo dell’antico Stato Patriarcale. Questa singolare collocazione politico-istituzionale consentì a San Daniele di sviluppare, tra il 1445 e il 1762, un’esperienza storica e culturale unica distinta dal resto del Friuli ormai soggetto alla Serenissima Repubblica di Venezia.
La “perla del Patriarcato”, la cultura e la struttura della città storica
Sotto la guida dei Principi Patriarchi – talvolta severa, ma attenta e illuminata – San Daniele consolidò un’identità forte e riconoscibile tanto da essere definita la “piccola Siena del Friuli” o la “perla del Patriarcato”. A questo periodo risalgono figure di grande rilievo culturale come il pievano Guarnerio d’Artegna, umanista raffinato e fondatore della Biblioteca Guarneriana, e Martino da Udine, noto come Pellegrino da San Daniele, che proprio qui trovò accoglienza e completò la sua formazione artistica.
Il Consiglio dell’Arengo, o Consiglio Maggiore, era il principale organo deliberante della comunità, formato da tutti i capifamiglia. Aveva il diritto di legiferare per l’intera comunità: le “Delibere” acquistavano il valore di leggi. In caso di spese straordinarie si richiedeva al Patriarca Principe l’autorizzazione a imporre le “Colte” somme di denaro versate dalle famiglie in base al reddito stimato dai Morari, i custodi dei costumi delle singole borgate, e formalmente investite dall’Arengo cittadino.
Villanova e Albazzana, due borgate, godevano di relativa autonomia: amministravano i propri dazi sul pane e sul vino, contribuivano alla manutenzione di strade e ponti, alla cura delle chiese e alle opere pubbliche ma partecipavano anche alle spese generali della comunità, inclusi i costi per la difesa interna ed esterna.
Economia, privilegi e autonomia
La libertà della comunità poggiava anche su solide basi economiche. Fin dal 1290 San Daniele aveva ottenuto dal Patriarca Raimondo della Torre il diritto di imporre e riscuotere dazi su pane, vino, olio e granaglie. Nel 1367 il Patriarca Marquardo di Randeck concesse inoltre l’esclusiva delle vendite di pane e vino entro un raggio di tre miglia e mezzo dal centro cittadino, privilegio che la città difese con determinazione anche contro le comunità confinanti.
Di grande importanza fu il mercato settimanale di istituzione patriarcale e documentato fin dall’XI secolo, quando nel 1048 il Patriarca Gotebaldo concedeva ai canonici d’Aquileia il diritto di dazio sul medesimo, è il più antico mercato “Patriarcale” conosciuto. Il 25 aprile del 1451 con decreto patriarcale, surrogato da Monsignor Guarnerio d’Artegna, il mercato veniva trasferito dalla domenica al sabato e contemporaneamente si proibiva l’apertura dei negozi alla domenica. Nel 1752 il Patriarca Daniele Delfino, per aiutare San Daniele delle enormi spese del passaggio sotto Venezia, concede di doppiare il mercato ogni mercoledì.
Anche la seppur modesta quota del dazio (1 soldo per ogni staro di biade) apportava alle casse comunali un non trascurabile cespite, poiché le biade trattate ogni domenica e poi ogni sabato assommavano a diverse centinaia di stari. Il notevole vantaggio economico era accresciuto poi con l’afflusso di venditori e compratori, con discreto utile dei commercianti e merciai locali e delle numerose “Tabernae” ossia bettole e trattorie con alloggio.
Tra il 1799 e il 1848 l’Austria abolisce il mercato del sabato e conferma quello del mercoledì ed ordina poi la costruzione del Nuovo Mercato, oggi Piazzale IV Novembre, così chiamato per l’intervento del generale Ronchi dopo la Prima guerra mondiale.
Dalla dominazione veneziana al Novecento
Nel 1445 un concordato tra il Patriarca e Venezia sancì il passaggio dei diritti civili alla Serenissima mantenendo però al Patriarca le attribuzioni ecclesiastiche. La soppressione del Patriarcato nel 1751 segnò una svolta profonda: San Daniele perse gradualmente privilegi secolari e dovette confrontarsi con il rigido sistema fiscale veneziano. Tra Sette e Ottocento la città fu interessata da importanti trasformazioni: la riorganizzazione dei cimiteri, la realizzazione di nuove infrastrutture, l’introduzione del sistema metrico decimale, la costruzione di scuole, acquedotti e impianti per l’illuminazione pubblica. Opere come il grande acquedotto meccanico, uno dei primi in Italia, e il ponte di Pinzano testimoniano la volontà di modernizzazione e apertura al futuro.
Con l’Unità d’Italia San Daniele entrò in una nuova fase della sua storia. Furono istituite scuole, servizi postali, linee telefoniche e tranviarie. Villanova si distinse per iniziative civiche e sociali come l’istituzione della scuola elementare mista e nel primo dopoguerra per l’erezione del primo monumento ai caduti del Friuli realizzato per iniziativa privata come segno di memoria e riconoscenza. Nel corso del Novecento eventi drammatici, come la distruzione del ponte di Pinzano durante la ritirata di Caporetto e la piena del Tagliamento del 1966, segnarono profondamente il territorio. La ricostruzione e l’inaugurazione del nuovo ponte, infrastruttura necessaria per lo sviluppo della città, avvenne nel 1970 e fu capace di resistere anche al terremoto del 1976.
Nel periodo post Seconda guerra mondiale la città visse una fase di ricostruzione e sviluppo economico, consolidando la sua tradizione artigianale e alimentare che aveva contribuito a costruire la reputazione del Prosciutto di San Daniele a livello nazionale e internazionale. Nel 1976 il terremoto del Friuli colpì duramente il territorio ma il borgo si riprese rapidamente grazie a un intenso lavoro di ricostruzione che salvaguardò il patrimonio storico, artistico e culturale, rafforzando il senso di comunità e la volontà di preservare le proprie tradizioni.
Il legame tra città e prosciutto
La conformazione del territorio che garantisce una lunga esposizione al sole con evidenti vantaggi per colture e vegetazione ha favorito nel tempo la diffusione dei boschi di querce che fin dall’antichità hanno rappresentato una fonte di sostentamento per suini e cinghiali che grazie alla vicinanza di un importante corso d’acqua hanno trovato un habitat ideale. Con le invasioni celtiche già dal 400 a.C. si diffonde l’usanza di conservare le carni crude sotto sale. In epoca longobarda tra le mansioni degli schiavi vi erano i porcari veri specialisti nella cura dell’animale. Già in quel tempo a San Daniele si producevano e si stagionavano prosciutti.
Molte informazioni sono giunte tramite i Quaderni dei Giurati conservati presso l’archivio dell’antica Biblioteca Guarneriana, preziose raccolte di annotazioni e registrazioni storiche. Da questi documenti scopriamo che i prosciutti con lo zampino venivano curiosamente indicati come “lo zoccolo” fino all’adozione della dicitura “persuttus”. Numerose testimonianze raccontano come San Daniele del Friuli abbia saputo valorizzare la propria produzione di prosciutto anche in ambito politico e diplomatico utilizzandolo come dono per creare relazioni di stima e amicizia.
Il Cinquecento può essere considerato il secolo del prosciutto “persutus” il cui ruolo è essenziale per la Comunità. È presente nei banchetti delle famiglie più abbienti e compare nelle locande con alloggio e stalla della cittadina. Nel tempo la parola si trasforma da persutus a persutto a presciutto fino ad arrivare al Prosciutto di San Daniele. Nel 1961 è stato istituito, a opera di un gruppo di cittadini di San Daniele del Friuli assieme a produttori, imprenditori e altre personalità di rilievo della comunità, il Consorzio del Prosciutto di San Daniele, il primo consorzio di salumi in Italia.
Il Consorzio è stato fondato con il preciso obiettivo di tutelare il Prosciutto di San Daniele e il suo marchio in quanto prodotto riconosciuto a Denominazione di Origine Protetta (DOP) dall’Unione Europea dal 1996 e, precedentemente, dal 1970 come prodotto a Denominazione di Origine dallo Stato italiano con la legge n. 507. Il Consorzio svolge un’importante attività di vigilanza a tutela la denominazione affinché non vi siano abusi o usi illegittimi del nome, del marchio e dei segni distintivi della DOP. Il Consorzio si occupa di promuovere e valorizzare il Prosciutto di San Daniele attraverso attività informative, promozionali e pubblicitarie.
Le dieci le torri del centro storico
Già nel Trecento il centro storico di San Daniele era interamente chiuso da possenti mura merlate con camminamenti semi-coperti e dieci torri documentate nei Quaderni-spesa dei Giurati-Sindaci. Il percorso tra le antiche fortificazioni inizia dalla Torre delle Ore, di fronte alla facciata del Duomo, che apriva l’accesso alla Piazza del Mercato da sud-ovest. La torre era decorata con un grande orologio dipinto dal parroco di Codroipo e da due Mori di bronzo che battevano le ore sulla campana in cima alla torre.
Girando in senso orario verso ponente si incontrava la Torre Cichina, all’angolo dell’ex Asilo delle Suore in Via del Monte dietro lo stabile del Monte di Pietà. Da qui le mura si dirigevano a nord fino alla Torre delle Cicogne, posta in fondo all’attuale Via Sabotino (all’epoca Calle delle Cicogne). Oltrepassato l’avvallamento della Fratte, le mura raggiungevano gli orti dell’ultima casa di Vicolo Rosso (casa Del Favero) e piegavano a destra verso la Torre del Portonàt o di Tramontana, una torre portaia con ponte levatoio. L’unica ad essere ancora visibile e ben conservata.
Proseguendo le mura piegavano a angolo retto verso sud rafforzandosi nel Torrione del Tormento che al piano terra ospitava la ruota della tortura del Comune. Da qui proseguivano fino alla Torre dei Signori di Varmo, nel Brollo dei Nobili di San Daniele, e poi a sud-est fino all’attuale angolo dell’orto dei De Concina, allora suddiviso in lotti privati e successivamente donati al Comune.
All’angolo est dell’orto del Castello sorgeva il Torrione dei Crovati o dei Corvi, noto nel Quattrocento come Turris sulphuris poiché isolato serviva come “fabbrica” di polveri da sparo per bombarde, spingarde, falconetti e archibugi della Comunità. Le mura continuavano quindi a sud-sud-ovest fino al Belvedere, rinomato come Torre degli Orti, e poi a nord-est del parco De Concina proseguendo verso l’attuale Via Pietro Micca. Dopo una breve digressione verso est incontravano il torrione presso la chiesa di S. Maria della Fratta, giravano verso Casa Caporiacco - dove sorgeva l’omonima torre alla fine di Via Cairoli - e infine chiudevano il circuito alla Torre Portaia, detta anche Eundi ad Spilibergium o delle Ore, anch’essa dotata di ponte levatoio.
Nel 1519 il Patriarca Ludovico Teck, in rappresaglia contro la famiglia Di Varmo, ordinò la demolizione delle mura del castello, lo smontaggio del ponte levatoio e il riempimento del fossato rendendo così il castello e il brolo indifesi. Le pietre recuperate dalle mura furono riutilizzate per ricostruire i pilastri e parte della muratura della Loggia fino al primo piano.